“F F F” (festa, farina e forca)
Festa, farine e forca sono le cinghie di trasmissione della “macchina spettacolo”. Forme egemoniche di ogni dominazione che si pretende democratica e insieme suo rovesciamento. La festa ? uno strumento della politica, come la farina e la forca lo sono della persuasione. Insieme, dividono il mondo del lecito dallo spazio labirintico dell’avventura. Per lo spettatore avido la musica - nella sua apparenza - ? soprattutto l’avanguardia del Carnevale. Ma il Carnevale ? ben altro, ? il tempo della diversit?, come scrive Alessandro Fontana, fatta festa, della liberazione ludica, del timore fatto spettacolo. Ed ? anche drammaticamente il suo contrario.
Dal combattimento fra Carnevale e Quaresima di Brueghel il Vecchio, a Wight, a Woodstock, ai Lambri Italiani, passando per la manzoniana storia della colonna infame, la festa tenta disperatamente di aprirsi uno spazio a cui pu? solo alludere, uno spazio confuso e sempre immaginario che non pu? fare suo: lo spazio della scena reale. Lo spazio politico del sociale. Lo spazio del personale. Ecco, siamo su questo palco e suoniamo per voi, ma facciamo nostro il grido di avvertimento di Rousseau nella Lettre a D’Alambert: “No, non sono queste le feste del popolo… il popolo deve essere lo spettatore di se stesso, deve essere attore e vedersi e amarsi negli altri…”
tratto dalle note interne dell’album “Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!” - Area - 1978
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